Qualche giorno per riflettere. Su numeri, riposizionamenti, eventuali cambi al vertice. Poi il Popolo della libertà sardo subirà una scossa. Una «scossettina», dice Romano Comincioli, il senatore del Pdl attorno al quale ci si ritrova quando è il momento delle scelte.
Silvio Berlusconi non parla ancora del voto, lo farà - con Comincioli - domenica a Porto Rotondo: «Ci vuole compattezza, solo così - dice Comincioli - si superano le difficoltà». Ma l'ex coordinatore del partito e il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, escludono processi o ribaltoni. Per ora. Mentre i dissidenti del Pdl preparano un duro documento politico.
COMINCIOLI Davanti al suo ufficio di Palazzo Madama, quando si doveva scegliere un candidato vincente per la Provincia di Cagliari, si rischiava di doversi prenotare causa affollamento. Perché le varie correnti del partito alla fine si consultano sempre con lui, uno di quelli che Berlusconi ascolta davvero. Comincioli, lontanissimo dal coordinatore nazionale Denis Verdini, in questo passaggio elettorale ha fatto lo spettatore. Volutamente. «Non torno in Sardegna, non è il momento», dice, «ma è sicuro che al partito serve una bella scossettina». La sua analisi del voto è chiara: «Il momento è brutto, la sconfitta di Cagliari era inattesa e non solo quella». Comincioli sperava «anche in un successo a Nuoro e magari anche nella provincia di Sassari». Una cosa del genere «non me l'aspettavo», sottolinea, «è presto per parlare ma conosco la cura, ci vuole solo compattezza, unità, non si deve pensare a rompere o a fare processi». Il senatore sfiora anche il confronto in famiglia che ha spaccato il partito a Cagliari: «Peccato, perché mi pare che Piergiorgio Massidda si fosse messo a disposizione, dopo il primo turno. Adesso è il momento di recuperare tutti, poi verrà il tempo di pensare ad altro».
GASPARRI «Non ci sarà una resa dei conti». Il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, esamina il caso Sardegna dopo la sconfitta elettorale di Cagliari: «Non sento parlare di processi, di rivoluzioni, di commissariamenti», dice l'ex ministro, «ne ho parlato con il coordinatore nazionale Verdini e con il presidente Ugo Cappellacci, la riflessione sarà serena nonostante la sconfitta nella provincia più importante fosse del tutto inattesa». Insomma, per Gasparri, che fa parte dell'ufficio di presidenza del partito, la poltrona di Mariano Delogu non cambierà titolare.
I DISSIDENTI Ieri notte, una cena a base di pesce per guardarsi negli occhi e capire quali segnali lanciare. È bastato poco tempo, ai consiglieri regionali dissidenti del Pdl, per capire quale sarà la richiesta nel corso del coordinamento regionale della prossima settimana: «Vogliamo che cambi il vertice regionale». Ieri si sono ritrovati Ignazio Artizzu, Alberto Randazzo, Gianfranco Bardanzellu, Nanni Campus, Silvestro Ladu, Onorio Petrini, Nicola Rassu e Paolo Terzo Sanna, assenti Antonio Pitea, Rosanna Floris e Carlo Sanjust. Quest'ultimo smentisce le voci di un suo passaggio nell'Udc: «Non è vero». I dissidenti, o quel che resta del gruppetto, confermano di voler tenere un atteggiamento di forte distacco dalla conduzione del partito e del gruppo: preparano un documento politico che segni il momento negativo, ma non escludono, in Aula, anche qualche voto differenziato rispetto alle posizioni della maggioranza.
I SOCIALISTI Raffaele Farigu, presidente di Sardegna socialista, chiede «un incontro urgente di tutti i partiti della coalizione che sostiene la Giunta regionale». Fatta un'analisi del voto, Farigu chiede un vertice «per assumere congiuntamente misure adeguate a rivitalizzare le politiche e le attività del governo regionale». Non solo, perché sarà anche necessario rilanciare vigorosamente il ruolo dell'autonomia regionale nei confronti della Stato, non sempre attento ai bisogni e alle emergenze socio-economiche della Sardegna».
L'UDS Per Mario Floris, leader dell'Uds, i risultati dei ballottaggi «hanno riportato tutti alla realtà: gli schieramenti hanno dovuto fare i conti e dovranno ancora farne con le divisioni interne, che sono la causa della disaffezione dei cittadini alla politica, e quindi dell'astensionismo sia nel primo che nel secondo turno elettorale». Per Floris «occorre tornare alla realtà, ai problemi veri dei cittadini, delle famiglie, delle imprese, del lavoro e dell'occupazione. Occorre cercare, come classe politica dirigente, di dare le risposte più adeguate e giuste secondo il mandato che ci è stato conferito dagli elettori».